Durante l’ultimo corso di ogni trimestre, con i miei studenti del master ESSEC, dopo aver esplorato le organizzazioni partendo dalle persone, analizzato dinamiche e funzionamento dei sottosistemi (gruppi, culture, raggruppamenti organizzativi etc) e dei collettivi,  consideriamo alcune variabili contestuali che servono per parlare di etica dell’azione organizzativa.  C’è una parte di questo corso che li appassiona particolarmente ed è quella sui bias collettivi che impediscono l’azione. Su questa parte ho avuto due interessanti luci recentemente. La prima, durante una delle conferenze online del giovedì sera del Complexity Institute ed in particolare durante una conferenza sull’etica che Marinella De Simone ha tenuto insieme a Stefano Zamagni, nella quale è stato presentato un modello di funzionamento dell’essere umano semplice e potente. L’altra è più recente e mi è venuta dalla lettura di un articolo davvero interessante, di John Steiner, dal titolo “Turning a Blind Eye”, che in italiano si traduce con “Chiudere un occhio” che fa però perdere la parte “blind”, cieca che, come vedremo, ha una grande importanza sul tema dell’inazione rispetto al cambiamento climatico.

I bias collettivi che impediscono l’azione

Prima di raccontarvi i bias che sono dietro all’inazione vorrei introdurre brevemente la prima di queste due idee e lascerò la seconda come conclusione di questo articolo.

Il modello di Marinella De Simone (per approfondirlo click su questo link) descrive l’essere umano come composto di tre dimensioni: la dimensione materiale, la dimensione relazionale, la dimensione spirituale. La dimensione centrale dello sviluppo, come è stato inteso fino ad ora, è la dimensione materiale, focalizzata sull’avere; essa ha come corollario la lotta per la sopravvivenza, la concorrenza, l’ipertrofia nei consumi e la soddisfazione attraverso il consumo. Anche la relazione, dentro questo modello, diventa utilitaristica, strumentale, di scambio esclusivamente materiale. La spiritualità rimane nascosta ed è vista come superflua.  La dimensione relazionale, quando viene vissuta in maniera completa, ci permette di connetterci profondamente agli altri intesi come esseri umani ma anche con le generazioni future, con i rifugiati climatici, e di sentirne le sofferenze sviluppando empatia. È anche la dimensione che ci permette di vivere relazioni di cooperazione. La terza dimensione, quella spirituale, è la dimensione umana che è stata meno esplorata, almeno dal grande pubblico, fino ad ora e sta diventando sempre più centrale e presente negli ultimi anni. È la dimensione spirituale infatti che ci permette di sentirci alla ricerca di un senso individuale e collettivo, di sentirci in connessione con i sistemi naturali, con l’Universo, con gli animali,  che ci fa sentire parte di un tutto.

Il meta-modello mentale che ha provocato l’inazione nel passato (e nel presente) è spiegabile in parte con la frammentazione di queste tre dimensioni. Concentrarsi solo sulla dimensione materiale permette infatti di non sentire il dolore per la sofferenza degli altri e del pianeta, e di sentirsi disconnessi e non toccati dalle leggi della Natura. Concentrarsi sulla dimensione dell’avere e non su quelle dell’essere permette di continuare ad illudersi che tutto possa continuare come è stato fino ad ora, utilizzando il mondo che ci circonda in una relazione antropocentrica di sfruttamento e consumo senza limiti.

Ed ecco i bias, le credenze che rientrano in questo modello e che sono trappole sia per il pensiero individuale ma soprattutto per il pensiero collettivo, e che portano all’inazione:

  1. Illusione di “altrove” che ci porta a pensare che, ad esempio, mandando la nostra spazzatura, il nostro inquinamento, in un altrove non visibile (un’isola lontana, i cosiddetti paesi del terzo mondo, lo spazio) il problema sia risolto; ed anche, ad esempio, che nascondendo gli allevamenti intensivi e non informandoci sulle sofferenze animali possiamo credere che la nostra bistecca sia nata in un cabaret di polistirolo sul banco del supermercato;
  2. Antropocentrismo – il bias che ci fa pensare di essere al vertice di una gerarchia nella quale possiamo disporre liberamente di animali, vegetali, delle risorse del pianeta senza preoccuparci delle sofferenze e degli squilibri che creiamo attraverso le nostre attività
  3. Illusione di separazione – ciò che ci fa rappresentare noi stessi come entità separate e non connesse con altri esseri umani e con la natura
  4. La mano invisibile del mercato”. Una interpretazione discutibile ma molto diffusa del pensiero di Adam Smith secondo la quale se ogni individuo opera per il perseguimento dei suoi interessi questo porterà alla massimizzazione dell’interesse per la società;
  5. Il “miracolo futuro” – succederà qualcosa, arriverà una nuova tecnologia, il progresso, un nuovo leader (ed in questo bias ritroviamo il basic assumption bioniano “dependency”) che ci salverà attraverso una soluzione che ora non è immaginabile quindi inutile preoccuparsi, se non di creare le condizioni perché il progresso tecnologico possa continuare, a tutti i costi;
  6. I “bei vecchi tempi” – si è sempre fatto cosi’, perché dovremmo cambiare? Il clima ha sempre avuto variazioni, perché ora dovrebbe essere diverso? La Comunità Scientifica è oramai concorde al 100% nell’attribuire il cambiamento climatico all’attività umana;
  7. Il conformismo sociale – che interviene a livello sia individuale che collettivo impedendoci di agire, con la scusa che “gli altri, le altre imprese, gli altri stati non lo fanno, perché dovremmo farlo noi?”;
  8. Il “Titanic” – che ci spinge a pensare che tanto il pianeta sta affondando e che i processi che sono in atto di degradazione non sono reversibili. E che quindi tanto vale godersela e continuare a consumare finché si può, rassegnandosi sul fatto che comunque il mono colerà a picco.

 

John Steiner, psicanalista e psichiatra inglese, nel suo articolo “Turning a blind eye” offre un interessante spunto per andare più a fondo ad interrogarci sul fenomeno dell’inazione. Steiner analizza il mito di Edipo e propone due diverse interpretazioni. La prima è quella classica, freudiana. Edipo è preso nelle trappole del destino, guidato da “poteri invisibili” e una volta intuita la possibile verità opera per svelarla. Ma Steiner si interroga sulla cecità di Edipo e di tutti i protagonisti della storia, la madre-sposa Giocasta, il fratello di lei Creonte, il coro degli anziani, l’indovino Tiresia. Ed emette una seconda ipotesi. Tutto il sistema di attori è colluso con il “turning a blind eye”. Come ha fatto Giocasta a non interrogarsi sulla somiglianza di Edipo con il defunto marito Laio, sulle ferite sui piedi di Edipo che lei stessa aveva fatto infliggere, come fa Edipo a essere cieco rispetto alle informazioni sulla morte di Laio quando arriva a Tebe e cosi via tutti i diversi soggetti che sono implicati, perché si mettono tacitamente d’accordo per insabbiare il tutto, perché solo 17 anni dopo il matrimonio incestuoso la verità viene a galla?

L’essere umano ecologico

La nostra casa sta bruciando e noi guardiamo altrove.  Questa è la frase con cui Jacques Chirac ha aperto il suo discorso alla quarta riunione della Terra a Johannesburg nel 2002. Come i personaggi della tragedia greca, anche gli attori che potrebbero agire sul cambiamento climatico per invertirne il corso sembrano insensibili agli appelli ormai unanimi della comunità scientifica e scelgono, consciamente o inconsciamente, di non sapere (o almeno di non agire, dissociandosi da ciò che sanno profondamente su ciò che sta accadendo). Cosa, dunque, opera livello profondo in noi, che ci porta a chiudere un occhio? Potrebbe essere la paura – e la conseguente vergogna – di dover riconoscere che ciò che stiamo effettivamente facendo sta uccidendo “Madre” Terra, la nostra “casa comune”? La nostra fantasia di onnipotenza è così grande che ci siamo separati dall’idea che in realtà abbiamo bisogno di lei per nutrirci, che dipendiamo da lei?

Per uscire dalla nostra cecità, piuttosto che, come fa Edipo alla fine della tragedia di Sofocle, accecarci con la fibbia di Giocasta e destinarsi all’esilio portando alle estreme conseguenze il “turning a blind eye” possiamo forse ancora scegliere di aprire gli occhi, collettivamente e di aiutare gli attori intorno a noi a prendere coscienza. Questo significa riuscire a vedere i legami, riuscire, come dice Marinella De Simone, a considerare le dimensioni dell’umano come moltiplicative (invece che additive) e quindi dirsi collettivamente che l’assenza di una rende nulle le altre. Il nuovo paradigma, l’essere umano ecologico, porta all’apertura ed al riconoscimento dei legami con la Terra, non negoziabili, con le generazioni future, fino alla settima, con il mondo animale, la fine del riduzionismo, della separazione, della frammentazione nelle relazioni con ciò che ci circonda. Significa aprirsi al pensiero sistemico per vedere e trasformare i collegamenti nascosti, le connessioni circolari,  i paradossi e le emozioni in elementi di conoscenza, in una concezione integrale dell’essere umano.

PS Grazie a Matthieu Daum ed ai dialoghi che abbiamo avuto insieme su questo tema, che sono stati la terza fonte di ispirazione di questo articolo!