Mi capita spesso, quando lavoro sui temi degli unconscious bias con i gruppi, durante i dialoghi che seguono gli esercizi sotto forma di “nudge” che sono proposti, di ascoltare affermazioni che sembrano avere come obiettivo quello di fare un complimento, dire qualcosa di positivo su una categoria determinata. Alcuni esempi di queste affermazioni sono  “eh ma si sa, dietro ogni uomo c’è una grande donna”, oppure “in Finanza preferiamo reclutare asiatici, sono eccezionali con la matematica”, o, ancora, “si sa, le donne sono empatiche, sono gli uomini che non capiscono” “nessuno come i gay sa capire le donne”. Ogni volta che sento queste frasi cerco, insieme alle persone che partecipano, di dialogare per capirne l’origine, l’idea del mondo sottostante e di riflettere insieme su quanto le etichette, anche quelle in apparenza positive, siano riduttive della complessità delle relazioni.

 

Stereotipo positivo

Lo stereotipo positivo è il bias risultante da una dinamica in-out group in crescita in questi anni nei quali parlare di diversity è diventato mainstream. Parte da una “buona” intenzione, cosciente, come ad esempio quella di riparare delle ingiustizie passate. In sostanza consiste nel mettere un’etichetta positiva su tutti i membri di un gruppo sociale: chi viene dalla Cina é bravo in matematica, le donne sono relazionali, i gay amano la moda, gli afro-americani sono buoni atleti, i senior hanno saggezza ed esperienza…etc. pensando di fare una buona azione, ad esempio ribilanciare discriminazioni e disuguaglianze in seguito alle quali quel gruppo è stato o è marginalizzato e di dimostrare in questo modo la propria distanza dal razzismo, dal sessismo, dall’omofobia, dall’ageismo…

Pragaya Agarwal nel bel libro “Sway” fa osservare che il bias di stereotipo negativo tende ad essere descrittivo ma diventa prescrittivoobbliga quindi ad un determinato comportamento sociale il gruppo che ne è oggetto – quando esso è positivo.  Questa aspettativa di comportamento diventa ancora più difficile da rompere, proprio perché parte da un’intenzione di favorire, sostenere, mettere in evidenza caratteristiche positive, quindi diventa più pesante, per il gruppo che ne è oggetto, cercare di romperla.

Quindi prosegue mettendo in evidenza i rischi dello stereotipo positivo:

  1. Rinforzare l’idea che ci siano differenze biologiche determinanti alla base di competenze e comportamenti e, come corollario, che altre capacità siano assenti. Cosi’ per esempio, chi eccelle negli sport avrà capacità cognitive minori, chi capace nella gestione delle relazioni non saprà invece realizzare obiettivi etc.
  2. Ridurre la possibilità di intervenire sugli stereotipi negativi, spostando l’attenzione su una caratteristica positiva.
  3. Diffondere l’idea delle “minoranze modello” e con essa l’obbligo, per chi appartiene a questi gruppi sociali, di conformarsi o, in caso contrario, essere percepiti come devianti, non abbastanza buoni, ed insieme ad essa, la “spersonalizzazione”: non si è più individui ma solo appartenenti a quel gruppo, definito da quello stereotipo.
  4. Come conseguenza del punto 3, un rischio di discriminazione all’interno di quel gruppo che introietta lo stereotipo positivo. I e le componenti accettano implicitamente che lo stereotipo li descriva, evitando così il rischio di doverlo rompere ed essere considerati e considerate meno capaci. Un esempio é il rischio di stigma anche da parte di membri dello stesso genere per donne e uomini che non si conformano allo stereotipo di genere “take care, take charge” che può portare, sul breve termine, e per non correre il rischio di rompere lo stereotipo, a fare scelte professionali o personali, in nome del bisogno di sicurezza e di appartenenza, che poi sul lungo termine saranno vissute come imprigionanti.

Così forse la nostra sfida – che potrebbe rivelarsi una vera opportunità – è questa: possiamo osare di incontrare qualcuno senza incasellarlo e permetterci di essere sorpresi – e trasformati – da ciò che scopriamo?