Ciò che si rifiuta di morire finisce sempre per ucciderci.

Questo è il libro che ho consigliato di più ai miei colleghi, ai miei clienti e ai miei amici nelle ultime settimane. Cari lettori e lettrici di questo blog, leggetelo per favore, è un libro che ti trasforma.

Un po’ come è successo quando ho letto «Subtract» di Leydie Klotz (e quest’estate ho in programma di leggere «In a Good Place», il suo ultimo uscito), è uno di quei libri che per me hanno segnato un “prima e dopo”, che mi hanno fatto riflettere, che hanno trovato grande riscontro nelle mie pratiche professionali al punto da averne letto e riletto alcuni brani fino quasi a impararli a memoria. La morte, come credo per tutti, mi fa molta paura. E mi rendo conto, nel mio lavoro di consulente e in generale, che fa molta paura anche ai miei clienti. Ci affezioniamo ai progetti, alle persone, non siamo proprio abituati a lasciare che le cose muoiano in pace.

Abdel Aouacheria, ricercatore del CNRS in biologia dell’evoluzione, racconta nel suo libro l’apoptosi, una parola affascinante che mi ha riportato alla mente vaghi ricordi di biologia.

Si tratta di quel meccanismo attraverso il quale alcune delle nostre cellule muoiono, non per caso o per usura, ma perché sono programmate per farlo, al momento giusto, nel posto giusto. È l’apoptosi che scolpisce le nostre mani separando le dita nell’embrione, che chiude il tubo neurale per formare il midollo spinale, che rinnova i nostri tessuti ogni giorno senza che ce ne accorgiamo. Senza questa morte, così precisa e organizzata, nasceremmo deformi e i nostri organismi si ricoprirebbero di cellule che si rifiutano di andarsene.

La vita potrebbe esistere come la conosciamo senza l’apoptosi?

Durante tutta la lettura (e l’ho divorato!) non potevo fare a meno di tracciare dei paralleli con il mio lavoro (e anche con la mia vita). Infatti, quando l’apoptosi va fuori controllo, le cellule smettono di morire quando dovrebbero, ma, ed è qui la sorpresa, non si ottiene la vita eterna! Si ottiene, invece, un cancro. Cellule che si aggrappano, che proliferano senza più produrre nulla di utile, che finiscono per soffocare l’intero organismo proprio in nome della loro stessa sopravvivenza.

Ho pensato a tanti team, comitati direttivi e organizzazioni che ho conosciuto, che passano un sacco di tempo a parlare di «trasformazione » e «cambiamento», aggrappandosi però allo stesso tempo a ciò che non funziona più: processi obsoleti (o anche appena adottati ma che, chiaramente, non funzioneranno – e questa è la cosa più triste), modelli di leadership «messa in pratica» (e non solo «dichiarata», perché nelle dichiarazioni è facile promuovere una leadership «gentile», «autentica», «al servizio degli altri») che, in realtà, generano tossicità e inutile esaurimento nei team, rituali svuotati di significato… In un sistema naturale, in biologia, lo definiremmo uno squilibrio.

Quello che questo libro mi ha ricordato è che la rigenerazione non è affatto il contrario della morte, ma ne è piuttosto il prodotto. Non rigeneriamo i nostri organismi, i nostri team, le nostre organizzazioni, il Mondo, accumulando, aumentando, mantenendo in vita artificialmente e a tempo indeterminato ciò che già esiste. La rigenerazione ha bisogno della morte, al momento giusto e nel modo giusto; ha bisogno che ciò che ha già svolto la sua funzione possa essere lasciato andare, lasciato morire – come direbbe Otto Scharmer nella TeoriaU.

È proprio uno dei principi su cui abbiamo basato il nostro workshop e il nostro gioco ReSet: l’intenzione è quella di dare ai team gli strumenti per identificare ciò che deve essere lasciato morire, affinché qualcos’altro possa nascere in modo autentico, affinché ciò che è stato e che non svolge più la sua funzione possa decomporsi, esattamente come avviene in biologia con l’apoptosi. L’idea, piuttosto che lasciare che questa morte avvenga in modo casuale, sotto forma di crisi, burnout o uscita di scena improvvisa, è quella di poterla accompagnare e celebrare ciò che ha contribuito alla vita ma che ora non è più vitale.

Aouacheria scrive che la morte, in biologia, non è la negazione della vita ma una delle sue condizioni di possibilità.

La mia esperienza professionale mi dimostra, giorno dopo giorno, che questo vale anche per le nostre organizzazioni, e che la vera domanda da porsi quando si pensa, per esempio, all’innovazione, forse non è «cosa dobbiamo costruire» «cosa dobbiamo aggiungere, creare, inventare per ottenere risultati migliori», ma prima di tutto «cosa dobbiamo finalmente lasciare morire, in modo pulito, affinché il resto possa sentire appieno che la vita sgorga e che la nuova vita non venga soffocata da ciò che non serve più».

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