«N’ayez pas peur de vous tromper, soyez à fond, prenez du plaisir… même si on se trompe l’important c’est d’être à fond ! Le public pardonne aux gens sympas, pas à ceux qui restent là paralysés sur scène.»
«Non abbiate paura di sbagliare, date il massimo, divertitevi… anche se sbagliamo, l’importante è dare il massimo! Il pubblico perdona a chi è simpatico, non chi rimane paralizzato sul palco».
Con queste parole Astryd Cottet, la Direttrice del coro del conservatorio di Fontainebleau, ci ha preparati alla nostra prima volta sul palco.
Mi hanno colpita subito. Per l’incoraggiamento al piacere che contenevano e per il modo in cui ridefinivano l’errore: non più come una minaccia da evitare a ogni costo, bensì come una possibilità insita nel processo stesso di esprimersi.
L’errore non come fallimento, ma come un incidente di percorso che, se vissuto con autenticità e slancio, può addirittura diventare parte dell’esperienza.
Sul palco ho sentito quel misto di adrenalina e paura che accompagna ogni esibizione. Eppure, risuonava nella mia mente il consiglio della Direttrice: «soyez à fond, prenez du plaisir». Cantare con convinzione, fidarmi di me, restare nel flusso, accettando la possibilità di steccare, di perdere il ritmo, di sbagliare un’entrata, era più importante che cercare disperatamente di essere impeccabile.
E cantare in coro significa che, anche se capita di sbagliare, posso sentirmi sostenuta dal gruppo e riprendere come se niente fosse. Proprio nel momento in cui ci concediamo consapevolmente il lusso dell’errore possiamo anche scoprire qualcosa di nuovo: una nota inattesa che aggiunge colore all’armonia, una deviazione che apre nuove strade, una variazione che apre ad una nuova interpretazione.
Ma anche, soprattutto, imparare sbagliare senza farsi paralizzare dalla paura o dalla vergogna semplicemente dirsi “ho sbagliato, cosa ho imparato?” ma anche “abbiamo sbagliato insieme, cosa facciamo la prossima volta?”.
Mi trovo spesso a lavorare su questo tema nelle organizzazioni in questo momento. E a volte osservo che, se nelle dichiarazioni di intenti l’errore deve essere tollerato, esaltato, analizzato, persino ricercato perché necessario all’apprendimento, in realtà spesso ha una pessima reputazione, soprattutto in un mondo che premia la perfezione e l’efficienza: il classico divario tra teoria dichiarata e teoria agita teorizzato da Edgar Schein negli anni ’70.
E se provassimo a vedere le cose con occhi diversi? E se lo accogliessimo come un alleato, un mentore che ci guida verso una comprensione più profonda di noi stessi e delle nostre capacità?
Perché non solo commettere “errori” può sbloccare nuove possibilità insospettate, ma, permettendo davvero agli errori di esistere, riduciamo notevolmente i livelli di stress, il cattivo clima nel team, le assenze per malattia e quindi promuoviamo naturalmente, a medio-lungo termine, il benessere, le prestazioni e la resilienza.
Un altro insegnamento prezioso che sto traendo da questi mesi di canto, legato alla possibilità di fare errori, è l’incoraggiamento a non usare la partizione. Faccio molta fatica a liberarmene, a rischiare di non ricordare le parole o le note, soprattutto quando le parole non ci sono e da contralto ci ritroviamo a dover fare solo “uhuhuhuhu” per accompagnare il resto del coro.
Ma finalmente sta arrivando la scoperta del flow e, ancora, che il piacere di essere “dentro” alla musica ripaga qualche nota falsa e che alla fine questo piacere produce un miglior risultato.
Nelle organizzazioni, la paura dell’errore è spesso il più grande freno all’innovazione. I team che si sentono sotto pressione per non sbagliare finiscono per ripetere schemi sicuri, usare rigorosamente la partizione, evitando di prendere iniziative.
Al contrario, i gruppi in cui esiste una vera sicurezza psicologica, dove le persone si sentono libere di esprimersi senza timore di essere giudicate, sono quelli che osano, sperimentano e trovano soluzioni fuori dagli schemi.
Questi sono i gruppi in cui è possibile ammettere quando si commette un errore, in cui gli errori individuali e collettivi vengono analizzati apertamente senza colpe, recriminazioni o risentimento, ma piuttosto in modo professionale, con un adeguato processo di debriefing e apprendimento, accogliendo l’errore per trasformarlo in terreno fertile per la prossima iterazione.
In altre parole, questa dinamica ci invita a lasciar andare il vecchio modello mentale secondo cui “il successo è buono, l’errore è cattivo”, ma piuttosto ad accoglierli entrambi come esperienze di valore, dalle quali possiamo imparare a dare il meglio di noi.
Ed è qui che entra in gioco la leadership. Proprio come la nostra fantastica Astryd, che ci ha incoraggiato a osare e a sbagliare senza paura, la leadership dovrebbe avere questa funzione di contenere emozioni diverse, di guidare la creazione di un ambiente sicuro in cui i team possano liberamente sbagliare, essere stonati, deviare dalla partitura, tornare a cantare insieme…
Non si tratta di incoraggiare la disattenzione, ma di creare uno spazio in cui gli errori siano visti per quello che sono: una tappa necessaria nel processo di apprendimento, innovazione e rigenerazione del pensiero.
Perché alla fine, nella musica come nelle organizzazioni, ciò che conta davvero non è l’assenza di errori, ma la capacità di andare avanti con fiducia, trasformando ogni ostacolo in un’opportunità di crescita.
Partager :
- Fai clic qui per condividere su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Fai clic per condividere su Threads (Si apre in una nuova finestra) Threads
- Fai clic per condividere su Bluesky (Si apre in una nuova finestra) Bluesky
- Fai clic per condividere su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Fai clic per condividere su Telegram (Si apre in una nuova finestra) Telegram
- Fai clic per condividere su Mastodon (Si apre in una nuova finestra) Mastodon
- Fai clic per inviare un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail