Permacultura, organizzazioni e management | Conclusioni

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Si conclude, con questo articolo, la nostra esplorazione dei 12 principi della Permacultura di Holgrem e di come essi possono essere applicati al mondo delle organizzazioni e della gestione.

Usare questi principi è utile e stimola la creatività; ci permette di creare ponti tra gli ecosistemi naturali e i sistemi sociali umani. La permacultura è un sistema di progettazione ispirato alla natura, uno “spazio per pensare” a come opera la Natura (dopo 3,8 miliardi di anni in cui la Natura ha provato e testato varie possibilità e ha mantenuto solo quelle che funzionano), l’idea dei principi che vi abbiamo raccontato è di ispirarci a lei per progettare e gestire le organizzazioni umane.

La permacultura non si limita a questi 12 principi, né la saggezza che possiamo imparare dalla Natura è limitata alla sola permacultura. Al di là dei 12 principi in sé, c’è una specie di meta-principio, che consiste nell’essere disponibili a pensare alla Natura come fonte di ispirazione. Questo è forse ancora più importante del viaggio che abbiamo percorso attraverso il quadro di Holgrem.

In effetti, mentre queste 12 riflessioni giungono al termine, ancora mi stupisco di come la Natura sembri mostrare con tanta grazia e facilità ciò a cui noi esseri umani aneliamo, ma spesso non riusciamo, a raggiungere: l’auto-organizzazione senza sforzo, la diversità generativa, la produzione abbondante, zero rifiuti e, in definitiva, le condizioni perché la vita possa continuare a fiorire.

Un altro motivo di interesse è che, mentre il pensiero sistemico sta guadagnando un certo slancio, noi esseri umani stiamo ancora lottando per applicarlo, presi come siamo da quello che sembra un ineluttabile approccio analitico, quindi riduzionista, alla realtà – e forse il pensiero stesso è la causa principale del nostro enigma. Ma la Natura non pensa, semplicemente è, e poiché è sistemica per natura, rivolgersi a lei per trovare ispirazione può aiutarci a bypassare la tendenza ad analizzare e sezionare tutto che diventa spesso ipertrofica, ed a liberarci per sentire, immaginare e sognare nuovi modi di creare la realtà in modo sistemico, non accessibili utilizzando solo l’intelligenza razionale, molto utile invece in altre situazioni. “Ciò che la mente separa, il cuore rende intero”… connettiamoci quindi alla Natura con tutto il cuore!

Un altro paio di considerazioni da fare prima di chiudere questa serie:

Una è la questione dell’efficienza, un’ossessione vera e propria per le organizzazioni moderne. Ciò che la Permacultura, e la Natura più in generale, ci insegnano, è che ciò che conta quando affrontiamo il tema dell’efficienza è la lente attraverso cui guardiamo la realtà. Il più delle volte guardiamo solo a parti del sistema, chiedendoci se questa o quella parte sia efficiente, quando invece dovremmo guardare all’intero sistema.

Ad esempio, quello che ci diciamo collettivamente sulla produzione alimentare, è che l’agricoltura intensiva è l’unico modo per sfamare 8 miliardi di persone e che quindi è molto più efficiente concentrare i campi nelle mani di pochi agricoltori, in modo che possano acquistare grandi macchinari che li aiutino a far crescere più tonnellate di raccolto per ettaro. Qui l’obiettivo si restringe e si concentra sulle tonnellate per ettaro come criterio di efficienza.

Se invece ci allarghiamo ed esploriamo la questione dell’efficienza a livello dell’intero sistema, allora altri elementi devono entrare nell’equazione: quanti input importati (acqua, energia, pesticidi e fertilizzanti, per citarne solo alcuni) sono stati necessari per produrre queste tonnellate per ettaro, rispetto a quanto avrebbero potuto richiedere altre colture meno “affamate”? E la gestione dei loro “effetti collaterali”, esternalità negative (trattamento dell’acqua per le falde acquifere inquinate, emissioni mortali dalle alghe cresciute in eccesso, dilavamento del suolo, ecc.), come si tiene conto di questo aspetto nella richiesta di aumentare l’efficienza?

Allargando ancora di più l’angolo: questa produzione alimentare fa parte di un sistema che butta via dal 30 al 40% del cibo prodotto. Il che significa (e qui devo ringraziare il mio amico Julien Dossier per avermi illuminato su questo punto) che non solo il 30-40% del cibo viene buttato via, ma anche che il 30-40% dell’acqua, delle sostanze chimiche e del terreno utilizzati avrebbero potuto essere risparmiati. Quanto questo sistema è veramente efficiente?

Allarghiamo ancora di più il campo e richiamando il secondo principio della permacultura – il mio preferito: un elemento, più funzioni, una funzione più elementi – questo, a mio avviso, avrebbe meritato di essere il tredicesimo principio di Holmgren, per quanto è profondo. Un campo gigantesco, sorvegliato da un agricoltore con la sua grande macchina, produce solo enormi quantità dello stesso raccolto per ettaro: un elemento, una funzione. E quando quel campo viene colpito dalla siccità o dalle tempeste, non c’è un piano B: 1 funzione, 1 elemento.

Al contrario, le coltivazioni biologicche su più piccola scala fanno molto di più che limitarsi a produrre cibo: producono occupazione, migliorano la biodiversità e la salute umana, regolano i cicli dell’acqua e ci evitano di dover spendere milioni in fabbriche per il trattamento dell’acqua e in programmi di salute pubblica: un elemento, diverse funzioni. E se uno di essi viene meno a causa delle cattive condizioni meteorologiche o della cattiva gestione del territorio, è probabile che gli altri compensino il calo di produzione: una funzione, più elementi.

E’ venuto il momento di interrompere questa nostra esplorazione – ma non di smettere di aprirci alle meraviglie del funzionamento della Natura e di continuare ad esserne ispirati ed ispirate per costruire sistemi umani sani che creino le condizioni per piu di vita, umana e sana.

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